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domenica 28 febbraio 2010

Carolina e le dure leggi

Una è la dura legge di un'Olimpiade e l'ha ricordata il presidente Petrucci appena fuori dal Pacific Coliseum. Piange il cuore a vedere una come la Kostner gareggiare in quel modo. Ma bastava guardarle gli occhi un momento prima dell'inizio della sua prova. Erano gli occhi della sconfitta. Riesco a malapena a immaginare quali pensieri possono essersi rincorsi nella sua mente dopo la prima caduta. E poi dopo la seconda. E poi dopo la terza. Sicuro stava peggio lei di noi.
Comunque, massima comprensione e massimo rispetto per un'atleta che sbaglia. Succede, non è la fine del mondo.

Passano poche ore, Petrucci arriva a Casa Italia e ci ripensa. Ci va giù pesante. "Sono deluso" (e va bene, ci sta). "Abbiamo investito tanto su di lei" (e va bene, ci può stare). "Le abbiamo anche fatto portare la bandiera a Torino 2006" (infatti, "le avete", ma non è che fossero tutti convinti, mi par di ricordare. Però lo sponsor torinese...). Alla fine arriva la bordata. "Non è una campionessa". Tiè. Prendi e porta a casa.

Fermi un attimo. Non è che l'uscita presidenziale sia stata il massimo dell'eleganza. Capisco anche lui, per carità. Sa bene che appena tornati a casa lo crocifiggono.  Però, accidenti, non è stato bello. Già che c'era ha aggiunto "le abbiamo pure pagato il mental coach ma queste cose per me servono a niente e questa ne è la prova. Se uno è campione lo è e basta, senza bisogno di psicologi".

Ora è vero che di tanto in tanto nasce il fuoriclasse, uno che spacca il mondo pure se lo alleno io e se mangia peperonata, pollo fritto e meringhe tre volte al giorno. Ma si può essere campioni anche senza essere dei fuoriclasse. Io non so se gli psicologi servano davvero, ma credo che se un atleta ha dei punti deboli è opportuno che ci lavori con l'assistenza di chi conosce il mestiere. Non capisco perché lo psicologo debba essere meno nobile o più inutile, che so, del medico, del nutrizionista, dell'osteopata o del biomeccanico.

Detto questo, è chiaro che la Kostner non è, non da oggi, quel fenomeno che ci si vuol (voleva) far credere. Non è nemmeno una pippa: è semplicemente tra le prime tre in Europa e tra le prime 8 al mondo (o meglio, tra la quarta e l'ottava al mondo). Punto. Se trova la giornatona scala una posizione e va a medaglia, se sbaglia due passaggi finisce oltre la decima posizione. Tutto qui.

Malgrado ciò, da almeno cinque anni ci sono aspettative pazzesche su di lei e sembra ogni volta che sia lei l'unica pretendente all'oro. Eppure al Coni ci dovrebbero capire almeno quanto me. E così pure quanti la dipingono come la più bella (mah!), la più brava, la più tutto.

Sfido io che poi la ragazza non riesce a reggere la pressione. Ma per trovare chi davvero ha creato tutta questa pressione temo si debba guardare molto vicino a Carolina. Ad esempio a chi ne cura l'immagine (e i suoi interessi). Piuttosto bene, peraltro, l'una e gli altri. Ma per farlo e nel farlo l'ha posizionata un po' più in alto di dove avrebbe dovuto. Carolina LA campionessa. Non una campionessa. LA campionessa. Titoloni, copertine, sponsor. Carolina però è un'atleta, esiste nella misura in cui fa risultato: non una concorrente del Grande Fratello. E purtroppo nello sport non esiste il televoto, ci sono le giurie e copertine e sponsor non ti aiutano a vincere le gare che contano.

Il posizionamento di un "prodotto" dovrebbe sempre essere coerente con il valore intrinseco, reale del "prodotto". Se vai in giro raccontando che il tuo prodotto è il più bello, il più bravo, il più perfetto, chi ti ascolta è probabile che per un po' ti dia credito. Ma mantenere la promessa è già difficile se sei veramente il più bello, il più bravo, il più perfetto. Se non lo sei, la responsabilità di mantenere una tale promessa può mettere al tappeto chiunque. E quel che è peggio è che, se non la mantieni, chi ti ha creduto non si limita a non crederti più: se ne ha a male, vuole essere risarcito, dice "porca miseria, mi hai fatto credere di essere un dio, invece vali niente". E allora convincerlo che, vabbè, non sarai il più bello, più bravo, più perfetto, ma non sei nemmeno una scarpa vecchia ti costa una tanta ma tanta fatica.

E' la dura legge del marketing, bellezza.

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